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Valdichiana, valle attualmente fertile così come
in periodo antico, non ebbe sempre questo aspetto rigoglioso.
Anzitutto in precedenza parte delle acque dell’Arno
si spandevano nella pianura aretina e, unendosi alle acque
dei torrenti, formavano una grande massa d’acqua
capace di dare al fiume Chiana un corso inverso all’attuale,
che si scaricava sul Tevere. La progressiva assenza nella
regimazione delle acque portò, a cominciare dall’alto
medioevo, ad un progressivo impaludamento della Valdichiana
che in parte coincideva con la piana del territorio cortonese.
Solamente alcune colline rimasero in secco e servirono
da porti per la navigazione, come Creti, Cignano, Fasciano,
Porto, Farneta, Foiano, Bettolle. Al tempo di Dante il
ramo dell’Arno che si gettava nel Tevere doveva
aver cessato di esistere e, nei secoli XIII e XIV la situazione
si aggravò ulteriormente. I
primi a pensare alla bonifica della valle furono i fiorentini,
a partire dal 1388, allorquando si stabilì che
si scavasse un fosso atto a fare colare le acque della
palude nell’Arno. Anche Leonardo da Vinci studiò
la possibilità di un progetto di bonifica, immortalando
la Valdichiana in due famosissime carte. Successivamente
i lavori di bonifica continuarono per interessamento della
Signoria di Firenze, che acquisì dai comuni i terreni
impaludati con promessa di bonifica. Si succedettero nei
lavori insigni ingegneri e uomini di scienza, da Antonio
Ricasoli, Michelini, Torricelli, Antonio Tasi, Giovanni
Franchi, fino a che, con l’affidamento dei lavori,
nel 1788, da parte del Granduca di Toscana a Vittorio
Fossombroni e la sua elaborazione di un nuovo piano idraulico,
partirono i lavori conclusivi, diretti dall’ingegnere
Alessandro Manetti.
A
metà Ottocento così la valle tornava ad
essere fertile come in periodo etrusco. Importanti sono
i segni di questa imponente opera di bonifica delle acque
protratta nei secoli. Da una parte è ben visibile
il sistema di chiuse, invasi, argini realizzati per la
regimazione delle acque. Dall’altra il paesaggio
stesso, con la piantata dell’acero maritato a vite
posto al limitare dei campi di cereali, è una testimonianza
fossile dell’impianto agrario post bonifica. Altrove
i filari di gelsi rimandano all’ormai desueto allevamento
dei bachi da seta. Ancora più significativo, portandosi
da Cortona in direzione Fratta-S. Caterina e proseguendo
da lì in direzione di Creti e Foiano della Chiana
è lo snodarsi delle settecentesche case fatte costruire
dai Granduchi di Toscana e dalla Sacra Religione di Santo
Stefano per la gestione dei poderi che gradualmente erano
stati sottratti alle acque. Si tratta delle leopoldine,
case rurali ampie e solide, con l’androne o portico,
aggraziate loggette dominate dalla torre colombaia a forma
quadrangolare e finestrone a volta, residenze specializzate
per famiglie numerose, che sostituirono per buona parte
le casupole in terra battuta presenti in tutta la valle.
Domina invece il versante di Farneta la nota abbazia benedettina,
costruita nei secoli IX-X secolo dopo cristo e molto potente
in periodo medievale. Di impianto romanico, conserva una
cripta che presenta colonne provenienti da antichi edifici
pagani.

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